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Si accorge che in cucina non c’è nessuno.
Chiede – C’è qualcuno? Nun c’è nissuno? Come mai nun c’è nissuno? – Poi, constatando che nessuno risponde, cerca da sè la carta asciugatutto e la trova vicino al lavandino, il quale è posto accanto ai fornelli.
Su uno di essi, acceso, bolle una zuppa dentro una dolsot [ciotola di pietra coreana].
Leo dice parlando tra sé – Sai che c’è. Piuttosto che anna a cercà un bagno co sto collo zozzo, io me pulisco qui. S’intanto ariva quarcuno, me inventerò quarcosa.
Preleva alcuni strappi dal rotolo, li inumidisce e, sempre guardando nervosamente alla porta della cucina, comincia a strofinarsi.
Poi aggiunge – Ma ce vorrà pure un po’ de sapone.
Piglia una saponetta, la sfrega sulla carta umida e già abbondantemente blu, e la ripone distrattamente. Finisce di strofinarsi il collo.
Con altri strappi si ripulisce. Getta nell’immondizia tutta la carta.
Fa per andar via dicendo – Meno male, nun’è arrivato nissuno – e si accorge che la saponetta è coperta di schiuma blu.
Piagnucolando – Mannaggia, mica lo posso lascià così.
Prova a prenderla per sciacquarla ma quella, viscida a causa dell’acqua e della tinta, gli sguscia via dalle mani finendo dritta nella dolsot.
Leo ora è disperato – Ma guarda che macello. Proprio lì dovevi finì.
Piglia un cucchiaio, ripesca goffamente la saponetta dalla ciotola e si vede che la zuppa al suo interno è diventata a sua volta blu.
Tutto agitato, dunque senza pensare, prende dal cucchiaio la saponetta bollente, si scotta, la getta via d’impulso, quella va a cadere davanti la porta della cucina, da lì sta entrando il cc, che scivola sulla saponetta, va a gambe all’aria finendo contro un tavolino pieno di bicchieri.
Spaventati dal frastuono saltano fuori da un ripostiglio il cuoco e una cameriera, tutti spettinati, che chiaramente si erano appartati lì e per questo non avevano risposto a Leo quando chiedeva se c’era qualcuno.
Leo va frettolosamente verso la porta piagnucolando – Scusate, so’ entrato per sbaglio, stavo a cerca’ er bagno, sapreste indicarmi il bagno? No? – E uscendo – Fa niente, continuo a cercammelo da me.
[Dopo di che ci sarebbe la gag del prelato già descritta.]
Servono il pranzo.
Nel momento in cui viene introdotta la dolsot bollente e chiusa col coperchio, Leo appare fortemente a disagio e dice sottovoce a Margo, seduta a tavola accanto a lui – Me raccomando, rifiuta sta zuppa.
Lei lo guarda perplessa e lui le ripete – Nu la devi assolutamente accetta’. Dopo te spiego.
La zuppa coreana viene servita.
Messa nei piatti ha tonalità azzurrine [la domanda di come mai il cuoco non se ne sia accorto resta in sospeso. Potrebbe averle messo il coperchio senza fare troppo caso al contenuto, siccome era già pronta quando Leo ci ha buttato dentro la saponetta].
Il cameriere che la serve è il cc. Rrimane palesemente stupito dallo strano colore della zuppa ma continua.
I commensali commentano questo strano colore, ma, trattandosi di piatto esotico, non ci fanno troppo caso.
Mangiando la zuppa pure ne commentano lo strano sapore con frasi del tipo – La sai una cosa, ha una curiosa amalgama di sapori.
Leo e Margo rifiutano gentilmente la portata.
Finito il pranzo comincerà un certo via vai verso i bagni.
>Il tema della camicia che stinge genererà anche una gag successiva, quando, tuffandosi Leo nella piscina per qualche motivo, ma solo di sua volontà, intorno a lui si espanderà una grossa, densa, macchia blu.
Uscendo dalla piscina Leo si ritroverà con un abbinamento monocromatico azzurro pallido tra camicia, prima blu scuro ora stinta, e pantaloni, prima bianchi ora tinti di azzurrino dalla macchia generata dalla camicia.
Vedendolo in seguito, dopo che si è asciugato, con quella nuova colorazione degli abiti, la zia gli chiederà perché ora è vestito di azzurro.
> Gag dello scopettone del water
[Sarà una delle ultime, o proprio l’ultima visto i risultati devastanti]
La festa procede degenerando vieppiù.
Leo, per riempire il tempo e per avere qualcosa da fare, ha continuato a bere bibite varie in aggiunta agli shot d’acqua della gag col pp, e deve andare urgentemente in bagno.
Siccome non riesce a trovarne uno libero, soprattutto perché, a causa della zuppa, gli invitati vi si recano ripetutamente, fa presente il suo problema di urgenza alla zia che, in stato confusionale per i risvolti tragici che sta prendendo la festa di compleanno, gli dice di andare di sopra, che c’è quello della tata.
Ma si raccomanda – Non nella camera padronale, che è la nostra; in quella in fondo a destra del corridoio, molto più piccola. La troverai vuota, la tata e i nipotini sono qui alla festa. Il bagno e all’interno.
Forse è proprio qui che si mostra perplessa per gli abiti di Leo ora uniformemente azzurri, dopo il suo tuffo in piscina che lei ignora.
Zia – Eppure avrei giurato che tu avessi camicia blu e pantaloni bianchi. Non ci sto capendo più niente...
Leo trova la stanza occupata da da una coppia e dunque, non potendone più, decide che malgrado il divieto della zia andrà nel suo bagno.
Entra nella camera padronale e dunque nel bagno.
Stacco.
Leo è davanti al water in piedi, rivolto verso la tazza, tutto sollevato si tira su la cerniera.
Si accorge inorridito di aver urinato anche un po’ fuori. – Mannaggia a me, mannaggia – al solito piagnucolando. – Ma nu potevo sta’ più attento. Vabbè, mo ce devo pulì.
Prende delle porzioni di carta igienica, le strofina in terra di lato al water e via via ce le butta dentro. Quando è soddisfatto tira l’acqua.
Per la troppa carta igienica il water si intasa.
Leo disperato – M’anvedi te la jella. Mo la senti zia.
Piglia lo scopettone del water e con quello tenta di spingere giù la matassa di carta igienica. Ma la spazzola si rompe e Leo resta col manico dello scopettone in mano [superfluo spiegare da dove viene questa parte della gag, ma ugualmente la precedente].
La disperazione di Leo è totale – Ma nun’è possibile!
Si guarda intorno affranto cercando una soluzione. Piglia uno spazzolino da denti e usando quello insieme al manico dello scopettone cerca almeno di ripescare la spazzola. Non ci riesce.
A questo punto lo spazzolino non gli serve più, fa per rimetterlo a posto ma si rende conto che non è il caso, visto l’uso che ne ha fatto.
Piagnucolando – Mannaggia – cerca un contenitore per l’immondizia ma non ne vede [indipendentemente dal fatto che ci siano o meno]. – Mo dove lo metto questo?
Fissa la cassetta dello scarico del wc e esclama – Vabbè, oh.
Armeggiando un po’ ne apre il coperchio e ci butta dentro lo spazzolino. Richiude il coperchio ma parte immediatamente lo sciacquone.
Si accorge che l’acqua presto traboccherà dunque prova direttamente col bastone dello scopettone a spingere tutto, spazzola e carta, dentro il sifone, ma ottiene solo di compattarli di più.
Intanto l’acqua non smette di scorrere e comincia a debordare dal water. Lo sciacquone si è bloccato.
Nel panico più completo Leo riapre il coperchio della cassetta dello scarico, armeggia sul meccanismo di rilascio dell’acqua, sperando di riuscire a chiuderlo; inutilmente.
Sopraffatto dagli eventi, si lava macchinalmente le mani nel lavandino chiudendo male il miscelatore, che dunque continua anch’esso a versare acqua, e fugge dal bagno.
A terra si è già formato un lago.
Tornato al pian terreno cerca Margo e la trova che sta sempre discorrendo con Valentina [le spiegazioni su questo personaggio sono alla fine della sezione sulle gag, subito di seguito].
Dice alle due che bisogna andare via.
Margo non capisce bene il motivo. Valentina dice che non vorrebbe lasciare la band così, anche se ormai è impensabile che si rimettano a suonare [la festa a questo punto è già degenerata in una baraonda].
Nel mentre dal soffitto comincia a gocciolare dell’acqua e si vede una grossa macchia di umido allargarsi. Leo indica il fenomeno. Le due si convincono a seguirlo.
I tre lasciano la festa. E mentre vengono via, dietro di loro si vede la villa dal cui primo piano vengono giù attraverso i balconi fiotti d’acqua.
>Al di la delle varie gag.
Leo si accorge quasi subito che Margo, molto più esuberante di Lui, si annoia a stargli vicino e che ha voglia di divertirsi con gli altri ragazzi e le altre ragazze presenti in gran quantità alla festa, che è appunto la festa dedicata a una ragazza.
Allora le dice di andare appunto a divertirsi, nonostante lei si dimostri riluttante a lasciarlo solo.
Leo – Tanto se no continuano a chiedeme come mai Leo è accompagnato da una ragazza così giovane, dove ce semo incontrati e cose così, che me so’ già stufato nu sai quanto de risponne.
E poi è giusto che te diverti, ce mancherebbe, semo qui apposta.
Margo a un certo punto comincia a parlare con la cantante della band che suona alla festa.
Questa cantante si chiama Valentina ed è una ragazza di colore alta due metri [il nome rimanda direttamente alla giocatrice di pallavolo Valentina Diouf, alla quale è ispirato il personaggio.]
Inizia tra le due un rapporto per intanto di amicizia, [ma presto diventerà sentimentale]. Infatti quasi subito Margo presenta Valentina a Leo.
Lui si intrattiene un po’ con loro poi torna a ciondolare tra gli ospiti della festa.
>Per finire, un abbozzo degli ulteriori episodi comici che si susseguono nella festa [ispirati in gran parte dai film citati prima]
Dopo aver lasciato andare Margo a divertirsi con gli altri giovani, Leo si mette a ciondolare di qui e di la senza meta al pari di Bakshi in The Party. Non conosce nessuno tranne l’antipatica zia e gli odiosi cugini, che evita come la peste quindi non sa con chi parlare.
Questo viene notato in particolare da un personaggio; è un ricco statunitense esuberante, dal pesante accento, sulla quarantina, gran bevitore, che lavora nel cinema ma non si sa con quale ruolo [una “macchietta” che chiaramente si rifà a due personaggi secondari determinanti di Playtime e nuovamente di The Party].
Costui prende di mira Leo tentando di fargli degli scherzi o dei dispetti che gli si rivolteranno però tutti contro. Può essere definito persecutore perseguitato (pp).
Ad esempio: _il pp cerca di gettare Leo in piscina perciò prende la rincorsa così da dargli una bella spinta; nel mentre Leo si è appena accorto di avere una scarpa slacciata, si piega per riallacciarla, quello appena sopraggiunto di slancio non trova l’appoggio, inciampa anzi in Leo accucciato che, grazie alla posizione stabile non vacilla, e finisce in acqua a gambe all’aria in un tuffo scomposto, magari emettendo pure un lamento di disappunto, facendo ridere fragorosamente gli astanti.
_Quando il pp si accinge a uscire dalla piscina dopo tale tuffo involontario, chiede aiuto a Leo che gentilmente gli porge la mano. Il pp allora, già issatosi per metà fuori dall’acqua, con uno strattone tenta di gettarci Leo, ma gli sfugge la presa della mano e ci ricade lui, sempre in maniera scomposta. Al che Leo in tono vergognoso – Me scusi, è che me suda un po’ la mano, e insieme all’acqua sulla sua…
_Il pp vuole far bere a Leo del caffè in cui ha messo il sale, per vedere come reagirà. Solo che, nel momento in cui Leo sta per berlo qualcuno gli urta il gomito e il caffè finisce sulla camicia immacolata del pp. Leo – Mannaggia a me mannaggia! Me deve perdona’, so’ così sbadato, ma nun ce l’ho co’ lei je giuro…
_Esasperato dai tentativi falliti di ridicolizzare Leo [bisognerebbe aggiungerne altri] il pp infine propone una sfida:
pp, già ovviamente alticcio, rivolgendosi a Leo – My dear big potato [pezzo grosso ma pure tontolone. Non velato richiamo a patatone, inoltre] ora facciamo un gioco, e non dice me di no. Tu spiega che non bevi alcool ok, pare a me cosa assurda ma ok uguale.
Camerieree – chiama il cc che giunge prontamente, – prende, cameriere, tu prende bottiglia vodka e bottiglia acqua, prende quattro shot glasses e ti mette qui – appronta in qualche modo un paravento dietro al quale possa agire il cameriere, senza essere visto dalla gente che si sta accalcando lì attorno. Il cc fa ciò che gli viene chiesto dal pp. – Adesso versi in un shot vodka e in tre acqua, ok? Nessuno deve vedere, ok? E metti qui i quattro shot. Ora tu, Big potato sceglie uno.
Leo timido – Ma j’ho detto che nu bevo. Nu me va mica de fa sto gioco.
pp – Coraggio, è solo una possibilità su quattro che tu beve vodka.
Il cc di soppiatto fa capire a Leo che, ad esempio, l’ultimo bicchiere a sinistra è uno di quelli buoni, d’acqua insomma.
Leo – E vabbè, si proprio dovemo gioca’ giocamo. Questo – ovviamente prende l’ultimo a sinistra, lo tracanna e sorride, in particolare al cc per riconoscenza. – Acqua – ridacchiando.
pp – ok, prima volta normale tu fortunato. Cammerriere dove è vodka? – Il cc gli indica lo shot e quello lo tracanna. – Ok, second round. Come on, cammerriere.
Leo protesta vanamente, si ripete la scena.
pp – due su quattro, fifty fifty, ok. Di nuovo – intanto tracannando il secondo shot di vodka.
Leo contando sul solito aiuto del cc, che puntualmente giunge, accetta, beve il terzo shot di acqua e il pp il terzo di vodka pagando pegno. Il pp comincia a essere contrariato.
pp – Tu ha fortuna. Quarto round. Now we see!
Si susseguono nella stessa modalità ancora due giri.
Poi il pp al cc – No possibile, tu fa segno lui in qualche modo. Ora metti bicchieri e poi ti gira di là.
Leo protesta, vuole smettere ma il pp insiste al punto che Leo si vede costretto ad accettare, per non ammettere che il cc lo aiutava.
Settimo giro, acqua; ottavo, acqua; nono, acqua; decimo, acqua; [la sequenza di questi giri è “a raffica” senza dialogo. Riguardo alla fortuna di Leo, rientra nella sfera surreale della storia].
Il pp ormai definitivamente ubriaco – Ok, stop, hai vinto big potato, basta vodka. Basta. Non piace me vodka, poi.
_ Sempre nella grande sala dove si è svolta la “tenzone”, una parete è occupata interamente da un mobile a scaffali pieno di oggetti pregiati e nel mezzo del quale troneggia una tv 115 pollici [2,9 metri in diagonale] accesa, che trasmette video musicali. La televisione comincia ad avere dei malfunzionamenti. La zia chiede aiuto a Leo che in fondo era un tecnico tv. Lui dice che non saprebbe come intervenire, la zia insiste.
Leo – E provamo a vede’, allora. Aiutateme, spostamola un po’ avanti. Ma attenzione ch’è ‘n mostro. – Guarda dietro e trova un cavo collegato male. Problema risolto.
Il pp accoglie molto male questo successo di Leo e prima che la tv venga rimessa bene a posto si insinua per guardare cosa ha fatto Leo per ripararla.
Inciampa, perde l’equilibrio, si aggrappa alla tv e finisce in terra insieme a quella, che ovviamente si rompe con lo schermo che si incrina irrimediabilmente. Orrore generale soprattutto da parte della zia e dei cugini.
pp – No preoccupa voi. Perchè urla a quel modo. Big potato ripara, io rompe, io paga. Ok? Io paga tutto!
Poi va verso Leo che però non gli da’ retta siccome sta discutendo con i cucini sui danni irreparabili alla tv.
Leo – Me spiace, ma so’ sicuro che nu se repara. E lo so che costa n’botto, ma nu se repara uguale. Sto matto d’americano. ‘Mbriaco fracico.
Ma se v’ha detto che ve paga tutto ed è ricco, credeteje.
pp a Leo che appunto non gli da’ retta – Tuo nome Leo, giusto big potato? Tu leone Roarr! – E gli si avventa addosso scherzosamente, facendo il gesto che mima l’aggressione del leone [a memoria è un gesto che farebbe Alberto Sordi in qualche film o Giovanni ad Aldo, che per ritrarsi prende una testata].
In realtà non ha intenzione di aggredirlo realmente ma appunto unicamente di fare il gesto; solo che Leo anche qui si abbassa di colpo per far vedere di nuovo alla zia i danni irreparabili alla tv.
Il pp allora viene sbilanciato e stavolta si aggrappa direttamente al mobile. Lo fa da ubriaco con tutto il peso. Il mobile vacilla. Tutti gridano: Attenzione! Aiuto! E fuggono. Altrettanto fanno la zia e Leo e lo stesso pp, questi subito prima che il mobile, definitivamente sbilanciato, crolli giù.
Ora il pp sale trionfante sul mobile “atterrato” urlando – E’ mia preda! Io paga tutto e allora è mia preda, questo!
Da qui in avanti inizia la vera baraonda.
Il pp, ormai oltremodo ubriaco, ma che continua a bere, e scatenato per via degli eventi, ne è il motore principale.
Il cc contribuirà, bevendo lui stesso qualche bicchiere di troppo. Accompagna per esempio Leo a un grande frigo per prendere l’aranciata che questi cerca e lo lascia aperto.
Leo comincerà a far veri danni sfondando una porta a vetri e fingendo che sia integra, tenendo in mano la maniglia; prima di scappare piagnucolando [Playtime].
La scena del tuffo in piscina di Leo e infine quella del wc concluderanno la sequela di eventi più o meno cataclismatici.
{Margo e Valentina [soggetto]}
Margo si invaghisce subito di Valentina e la cosa è reciproca.
Di seguito sono elencati alcuni elementi del rapporto tra Margo e Val con l’aggiunta di dati che verranno richiamati in vari momenti della narrazione, ancora da decidere.
Anche Valentina andava all’università a Roma; lei nella facoltà di informatica.
Ha appena dato la tesi di laurea, anche se era parecchio fuori corso, e già a settembre partirà in Germania, a Monaco di Baviera, per uno stage di 6 mesi + un anno.
Dunque le due potranno vedersi solo saltuariamente, siccome Margo ha infine deciso di proseguire gli studi a Roma [Insieme a Valentina ne parla a Leo durante la gita a Ladispoli di Ferragosto]. [Anche volesse non potrebbe studiare in Germania, visto che non conosce una parola di tedesco e, soprattutto, non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo nuovo caro padre/nonno Leo.]
D’altro canto da Monaco a Roma ci sono voli diretti continui, che durano meno di due ore e che alle volte costano meno di cinquanta euro e raramente più di cento.
Quindi, siccome lo stage è retribuito, [e a quanto pare in Germania si arriva facilmente a 2000 euro netti al mese per una ingegnere informatica], Val potrebbe venire a Roma anche ogni quindici giorni o certe volte tutte le settimane.
Comunque in quei giorni dormirebbe anche lei a casa di Leo.
{Prima di cena a Casa di Leo}
[Nella attuale datazione approssimativa sono passati tre giorni dalla festa e tredici dall’arrivo di Margo a Roma il primo agosto. Quindi sarebbe il 13 agosto]
Da due sere Margo esce di casa per andarsi a incontrare con Valentina, che ora chiama solo Val.
Leo chiede a Margo se anche quella sera uscirà con Valentina [da capire se lui si ostini a chiamarla così forse per mantenere una distanza con lei] e lei gli risponde di sì.
Accorgendosi che Leo mostra un certo disappunto gli chiede se a lui dispiace. Leo nega, ma si capisce che non è del tutto sincero e che avrebbe preferito che Margo restasse a casa.
Leo – Avevamo detto che ce guardavamo insieme “In viaggio con papà”…
[In questo modo anche Cristiano -la terza incarnazione cinematografica del personaggio- entra seppur in maniera solo accennata, nel film.]
Quel Cristiano, me fa morì. E me ce ritrovo pure. Davero.
Margo – Lo vemos su internet un’oltra vez, sta bene, Leo?
Leo – E’ che so vecchio e c’ho l’abitudini da vecchio: guardà i film quanno li danno in tv me sembra mejo…
Margo – Può guardarlo entre tanto tu, en se caso.
Leo – Da solo nun’è la stessa cosa, Margò.
Lei gli chiede se in realtà non sia un po’ geloso di Val.
Lui sulle prime nega nettamente, ma poi ammette che un poco geloso lo è davvero.
Più o meno velatamente Margo gli dice che allora, forse, non è proprio del tutto vero che lui provi per lei solo l’affetto di un nonno o di un padre, come ha affermato almeno in un’altra discussione.
Lui le spiega che è invece proprio affetto paterno, il suo.
Che è sinceramente contento del fatto che Margo stia con Val [a questo punto, se continuasse a chiamarla Valentina, dimostrerebbe di non essere del tutto sincero], che loro due si amino e facciano – quello che l’amanti fanno.
Tuttavia ciò non toglie che se lei passa fuori le serate, lui resta di nuovo solo.
E in quei giorni trascorsi dopo che la ha incontrata, gli ha fatto piacere passare il tempo insieme a lei che, a differenza della madre, si è comportata da amica.
Leo – Come spiegatte, m’è parso come quando da bambino stavo coll’amici mia.
[E qui viene esplicitata una volta di più l’indole puramente bambinesca di Leo. Nel senso che lui non è un adulto fallito ma un bambino che ha rifiutato il mondo degli adulti. Un Peter Pan che però invecchia, seppur solo fisicamente.]
Lei gli dice che capisce, ma che non potrà mica passare tutto il tempo libero a casa.
Leo – E ce mancherebbe.
No, famo così, se te va bene è chiaro: ogni tanto na serata insieme a sto nonno rompicojoni ce la continui a passa, che je fai tanto piacere.
[Senza voler insistere troppo sugli elementi simbolici ma va rilevato come, in qualche modo, Leo, rimasto bambino, da vecchio sia dunque bambino come si sostiene ridiventino i vecchi in generale.]
Margo - Sobre esto puedes estar tranquillo, a nonno Leo, de serata da pasar conmigo ne avré muchas.
[Sarà l’unica volta che lo chiama “nonno Leo” è lo fa solo per sottolineare il fatto che si è definito nonno rompicojoni lui.]
{Al bar gelateria}[14 agosto]
Leo e Margo sono seduti a un tavolino all’esterno di un bar e stanno mangiato due gelati in coppetta [ad esempio proprio in piazza santa Maria in Trastevere al bar gelateria Caffè delle Arance che ha appunto un ampio spazio all’esterno, su tale piazza].
Leo – Quanto me piacciono i gelati. D’estate ce vivrei.
Margo – Pero asì debentereste pingue como una ballena.
Leo – Nu so mica. Sai, allora nu magnerei artro. So’ uno che per fortuna nun mangna mica tanto.
Margo – Vivir solo de helàdi, por qué no.
E, a Leo, de seguro que habrá muchas heladerías en Ladispoli. Tengo razon? – Ha pronunciato l’ultima frase in tono sornione.
Leo – Se ce so’ tante gelaterie a Ladispoli? E certo? Ma che centra mò Ladispoli, Margò?
Margo – Recuerdi la conversacióne que tenimos ayeri, sobra pasar tiempo ensieme?
Leo – E sì che me ricordo. Mica so’ tanto vecchio da scordamme de che ho parlato er giorno avanti.
Margo – Bueno, también… cioe, pure, hablei de esto con Val ayeri.
Leo – Famme capì, avresti parlato co’ Val de sto fatto de passa’ pure quarche sera co’ me, ogni tanto?
Margo – Exacto. Y tu sabe que idea genial me es venita? A Val la encantò.
Leo – T’è venuta una idea geniale su che, Margò?
Margo - Domana es Ferragosto. Tu me ha hablado mucha vece de Ladispoli. En Ladispoli hay mar. Tu hay una bonita automovile antigua y me prometisti iriamo a fer una excursione con esa. Domana, tú, Val y yo, usando tu bonita automovile. iriamo a pasar Ferragosto al mar, a Ladispoli!
Leo sorpreso per la proposta – Come idea, l’ammetto e na bella idea davero.
Però, anna al mare dopo tant’anni, a mette in mostra le vene varicose. E con du belle giovani pure, la gente se metterà a ride.
Margo – Qué importa quelo que piensa la gente? Tú es mi nonno y pure mi padre, Val es mi compaña. Qui lo entiende, lo entiende, qui no, amén.
Leo del tutto convinto – Ma c’hai ragione! Ma chi se ne importa de quello che pensano l’artri.
Se famo un Ferragosto co’li fiocchi.
E nu ce frega de nient’artro. – Poi cambia tono, che diventa un poco titubante – Però me sa che mò devo anname a comprà un costume novo e magari pure dei pantaloni corti, e ‘n paio de scarpe da mare, che la roba che c’ho in casa dev’esse bona da buttà.
Margo sempre contenta – Sì, leo, vamos. Yo pure tengo que comprarme un vestido de baño.
{Ferragosto a Ladispoli [trattamento]}
{In partenza con la 1100}
E’ mattina abbastanza presto. Per esempio le sette. Questo perché Leo vuole evitare di intrupparsi nel traffico.
Il cielo è terso. In piedi a lato di una strada c’è Val vestita da mare, con in più cappello a tesa larga e occhiali da sole, e c’è pure una grande borsa di vimini appoggiata a terra di fianco a lei.
In quel momento arrivano Leo e Margo sulla 1100. Pure loro vestiti da mare. Sul portapacchi è legato un cannotto gonfio. I due scendono dalla macchina.
Leo – Mannaggia Val, mo’ me pari pure più alta che l’ultima volta che ce semo visti.
Scusame pell’ora, ma nun’è manco così presto pe’ trovà la strada libera.
Come stai? Sei contenta de venitte a fa sta gita a Ladispoli?
Val – Molto, Leo. Sono sicura che ci divertiremo un sacco.
Si salutano pure Margo e Val ed è il momento di salire in auto.
Però sorge l’inconveniente di come far stare Val dentro lo stretto abitacolo.
E quasi subito Leo dice che non c’è problema, che conosce una soluzione già sperimentata.
Toglie il sedile anteriore, anche se Val protesta, dicendogli che non c’è bisogno, che si rannicchierà un po’ ma ci starà lo stesso.
Leo – Aoh, ce vorrà più de n’ora ad arrivà laggiù. E se nu incontramo troppo traffico, pure.
Nu vojo mica che quando ce semo te ritrovi tutta incriccata. None. Er sedile và sur porta pacchi cor canotto, che grazie a quello c’amo pure li spaghi pe’ legacce tutto.
Le operazioni di carico vengono completate; Margo siede sul sedile posteriore dietro a Leo, lui ovviamente alla guida, e a fianco di Val, che senza il sedile anteriore sta abbastanza comoda, seppur deve allungarsi un po’ per non toccare il tettuccio con la testa.
I tre si avviano.
{In viaggio verso Ladispoli}
La giornata è radiosa, con un vero solleone ferragostano.
Sono sull’Aurelia. C’è parecchio traffico, pure se ancora abbastanza scorrevole.
Leo rispetta tassativamente i limiti di velocità e, anzi, se ci sono dei tratti con i 90 all’ora lui li percorre a 85 – Pe’ nun rischià co’li autovelox. – Dunque viene spesso sorpassato.
In pratica è rimasto lo stesso tipo di autista che era, alias Mimmo, in Bianco rosso e Verdone.
Siccome il trio è piuttosto curioso, molti li salutano sorridendo, li riprendono con il telefonino e cose del genere. Insomma manifestano simpatia.
Ma questo non vale per tutti. Svariati automobilisti sorpassando la 1100 suonano il clacson rabbiosamente, magari urlando epiteti in romanesco e non.
Alcuni motociclisti e scooteristi , potendo restare almeno qualche momento affiancati all’auto durante i sorpassi, vanno oltre, apostrofando direttamente i tre con frasi del tipo:
– Aoh, ma che è 'sta comitiva? Ma d'andove venite, dar circo?
– A nonné, sta machina deve sta allo sfascio, nu pe’ strada.
– Ma facce capì, siete veri o state a fa’ der cinnema?
– Anvedi questi! A belle tipe, possibile che nun’avete trovato un passaggio s’un mezzo decente? A nonno bello, goditela, che quanno te ricapita.
Però una coppia in particolare, che viaggia su una moto sportiva, ragazzo trentenne alla guida, ragazza ventenne appollaiata come passeggero, si spinge oltre.
E arriva agli insulti – Anvedi che manica d’articoli.
Cioè, l'unica che se sarva è la tipa de fianco, dietro, ma quell’ artri due, la stangona nera e 'r nonno, da quale barzelletta v’hanno presi?
Er sedile sur portapacchi, poi, me piace n’botto.
E avanti così, insistendo, mettendosi davanti e poi di nuovo di fianco.
Finché Val, che ha tirato fuori dalla borsa una crema solare spray col diffusore a grilletto, allungando il lungo braccio fuori dal finestrino di sinistra, la spruzza direttamente in faccia del centauro, che indossa solo un casco jet senza visiera.
Quello – Aoh, a matta! Che cazzo fai? – Ma deve fermarsi con gli occhi che gli bruciano.
Dopo un po’ torna ancora più aggressivo, si porta di fronte all’auto e rallenta fino a farli fermare. Mette la moto sul cavalletto, la ragazza scende pure lei ma resta in disparte, e si dirige minaccioso verso di loro.
Val scende e lo guarda da 30 cm sopra, dicendogli semplicemente – Te va proprio de finì sta jiornata all’ospedale, eh?
Smamma finché s’en tempo, a coso.
Quello accenna una protesta, poi desiste.
Si volta e torna verso la moto brontolando nemmeno a voce troppo alta – M’annate a morì ammazzati. Anvedi se me devo mette a menà sta cosa. [usa lo stesso insulto che gli ha rivolto Val, quindi l’ha subito].
Lui e la ragazza risalgono in sella, e parte talmente a razzo che la ragazza evita a mala pena di essere disarcionata.
Mentre s’allontana a gran velocità si vede che lei gesticola e gli batte ripetutamente un pugno sul casco.
{A Ladispoli}
[Per inquadrare al meglio cosa sarà questa giornata per Leo, mi pare opportuno citare due film in particolare.
“Le vacanze di Monsieur Hulot” -personaggio che torna. E per quanto possa sembrare piuttosto diverso da Leo Mimmo, io lo considero parallelo a lui-.
Ma soprattutto “L’estate di Kikujiro” di Takeshi Kitano.
In poche parole, Leo, che similmente Hulot è un adulto bambino e al pari di Kikujiro è un adulto che ha modo di ridiventare bambino, vivrà questo Ferragosto magico come se avesse di nuovo dieci anni.
Pur non disconoscendo in nulla le responsabilità che si è preso verso Margo.]
Direttamente in spiaggia.
La luce è intensa, dunque i colori appaiono estremamente vividi.
Le scene si susseguono [forse accompagnate dalla musica, cioè senza che si senta cosa dicono quando si parlano, forse invece sentendoli parlare e ridere senza musica, forse ambedue le cose].
Margo, Val e Leo stendono sulla sabbia gli asciugamani da spiaggia, circondati dalla folla dei bagnanti.
Margo, Val e Leo giocano in acqua come fossero ancora bambini.
Margo e Val si ricorrono sul bagnasciuga mentre Leo costruisce un castello di sabbia.
Una bimba dispettosa, ridendo, prende a calci il castello di Leo. Lui tenendola per mano la porta dalla madre e si mette a discutere con lei, mentre Margo e Val se la ridono per la scena ridicola che sta facendo.
Di nuovo tutti in acqua, ora a giocare a pallone con bambini e bambine.
Acquistano pizze e focacce da un ambulante e mangiano seduti sugli asciugamani. La bimba di prima mangia una fetta di pizza insieme a loro.
Leo e Margo sul cannotto Val aggrappata perché palesemente dentro non ci sta.
Val sola sul cannotto con le gambe che debordano, Leo e Margo in acqua assieme di nuovo a vari bambini e bambine.
A questo punto la scena si sposta davanti a un chiosco.
I tre siedono intorno a un tavolino.
Leo – M’è venuta n’idea stramba su cosa potemo ordina’. Che ne dite di succo de pomello? Eh Margò?
Margo – De pomelo, se dice.
Val – Succo di cosa?
Margo – Succo de Pom… Dilo tu Leo, que yo no requerdo como se llama en italiano el pomelo.
Leo – Succo di pompelmo.
Val – E perché sarebbe un’idea stramba ordinare succo di pompelmo? Anche se, a dire il vero, non ricordo di averne bevuto ultimamente.
Leo – E’ na faccenda che m’è successa a me tant’anni fa. Margo la conosce.
Val – E allora raccontatemela. Sono curiosa. – Chiama il cameriere. – Ma prima. Scusi, cameriere. Ce l’avete del succo di pompelmo?
Cameriere – E ce l’avemo sì. Na Spremuta o en bottija?
Val a Leo – Scegli tu.
Leo – Tre spremute.
Cameriere – Tre spremute de pompelmo, pronti.
Leo – Racconto allora?
Val e Margo – Racconta. Conta.
Stacco.
Ci sono sei bicchieri sul tavolo. Tutti vuoti.
Margo – Y ahora un anuncio. Val ya lo sabe. Es gracias a ella que yo ha sabuto qué pratica tengo que fhacere.
Leo – Avanti, dimme, nu me tene’ sulle spine. Le pratiche de che, Margò. De qiello che spero io?
Margo – Para la universidad.
Leo felice – Brava Margò! Te sei decisa!
Margo - Me cierquerà un trabajo, già ne hemos hablado, Leo, es necesario par pagar la matrícula. Aprendo lo italiano lo suficientemente biene, y me matriculo en Ingeniería para terminar los exámenes y graduarme aquí a la universidad la Sapiencia en Roma.
Leo raggiante – Hai deciso de laurearti qui. Margò, ma che notizia meravigliosa! – Si commuove leggermente – Così riusciremo a rimedià un po’ ar male che t’ha fatto tu padre.
{Settembre}
{Problemi col datore di lavoro di Margo}
Evidentemente Margo ha trovato lavoro.
Si tratta di un negozio di articoli religiosi, per la precisione.
Ma già pochi giorni dopo averla assunta il titolare del negozio ha cominciato a importunarla. [i rimandi a “I vitelloni” sono fin troppo ovvi, anche se qui, al contrario di là, l’uomo che molesta è il datore di lavoro e la molestata è la commessa.]
Sono a casa, nel tinello. Margo e Leo cucinano insieme dividendosi le varie operazioni.
Margo arrabbiata [il suo italiano è già migliorato discretamente] – Todo es inisiado despues che me aviva facho quel descorso estraño.
Che en più se capiva multo biene cosa voliva. Pure se aviva verguenia de domandarlo claramente. Quando ha capito que yo no ero interesada a lui ha comenciato a criticarme su aquesto e su aquello e ahora dise che my italiano non es bueno suficientemente e que lo cliente no me comprende biene. Ma non es para nada veridad. Mi italiano es suficiente por todo lo cliente.
Leo – E, però Margò, l’italiano va de sicuro mejo, ma te ce ne resta de lavoro da fa’ pe’ pallarlo bene. E pell’università ce n’è bisogno, quanno te ce iscrivi.
Te lo dico sempre de studiallo mejo, ma tu continua co sto: disivo, fasivo, avivo. Margo: dicevo, facevo avevo.
En più de le vorte te n’esci pure co la juvia, la pierna, el rostro.
Margo ora indispettita – Te ce mitte tu pure Leo, Ahora!
L’italiano aqui no tiene nada que veder.
E despues el tuio romanesco non me ajuda, nada. Nimmeno tu abla, parla, veramente biene lo Italiano.
Leo – D’accordo Margò, mettemo da parte sta cosa dell’italiano che tu nu parli ancora troppo bene. Cioè, perché er padrone la starebbe a usà solo comme pretesto pe’ criticà er tu lavoro.
Te dispiace, lo capisco, ma nu capisco che ce potemo fà.
Margo – Me vuole licenziare, Leo! Comprende!
E tu lo sa que esto trabajo es lo único de lo pochi que me han ofrecido fino a ahora, que me permitria de dedicarme correctamente pure a los estudios.
Si lo pierdo, de dopo qui sabe cuándo podré matricularme, escriverme, en la universidad.
Leo – Te vuole licenzià…
Mannaggia, in effetti è er lavoro perfetto per combinacce pure li studi, poi, quanno sarà er momento de ricomincialli. Presto, speramo. E sta cosa ce la semo già detta da subito.
Però, purtroppo, nu’ so mica che ce potemo fa’ si ha deciso de licenziatte.
Insomma, si lo pò fa pe’ legge. Lo pò fa’?
Margo – Pare que sì, porché soi solamiente en prova. – In tono disperato - Es una catastrofe, Leo.
Leo – Na catastrofe, nun’esageramo, Margò. Vorrà dire che intanto te iscriverai comunque a la Sapienza e poi te cercherai n’artro lavoro che te lasci tempo sufficiente pe’ studià a dovere.
Per intanto li sordi pe’ la retta ce sono comunque.
Margo – Leo, non ripetimo siempre el mismo descorso, tu ofre alimento y alojo, yo me paga la universidad trabajando. Si pierdo esto trabajo es un problema muy grande.
Leo – Va bene, però, in tutti i casi, se sto padrone ha deciso de licenziatte e lo pò fa’ pe’ legge, in che modo potemo impedillo? Nissuno, me pare.
Margo – No es verdad, tu può facirli cambiar idea, convincirlo a tenirme e despues a assumirme definitivamente.
Tu debi venir a ablar con ello, mañana, domani. Porché si no io crede que es el my ultimo dia de trabajo allì.
Leo – Venicce a parlà ar negozio io? E che je dovrei di’ io pe’ faje cambia’ idea, anzi de più, persino pe’ convincilo ad assumerte definitivamente.
Che so’ n’ mago io? Se ce vengo quello me manna nu te dico dove, a Margò.
Margo – No es verdad, Leo. Tu es un hombre bueno, una persona husta, toda la hente lo compriende immediatamente si abla con tigo.
Leo – E vabbé, anche si fosse così come stai a di’, pure si fosse vera sta cosa che sarei na persona bona e giusta e che tutti lo capiscono; e, Margò, io spero d’esselo davero bono e giusto ma che tutti lo capiscono, nu me pare mica tanto; embè, na vorta che me trovo cor padrone der tu negozio, come m’aiuta sta cosa a impedije de licenziatte?
Margo – A una pesona que se comporta mal, si tu dise que ciò que eta faciendo es malo, el compriende y se corige subito. Creo que esto es un dono especial que tú tieni.
Leo – Un dono especial…
Insomma, e sia, famo finta che ce l’abbia davero, sto dono especial. Allora domani lo annamo a mette a la prova. Va bene, Margò?
Margo – Signifìca che domani me accompagna al negozio?
Leo – Signìfica, non signifìca, Margò. Mannaggia.
Comunque sì vuor di’ che domani te c’accompagno.
{Al negozio di oggetti sacri}
La serranda del negozio è ancora chiusa. Leo e Margo sono lì davanti in attesa che arrivi il padrone ad aprire. Questo perché Margo è l’unica commessa e il signor Moretti [sempre da I vitelloni] non le ha dato le chiavi.
Leo in tono lamentoso – Veni’ ce so’ venuto, ma mo’ vojo vede’ come reagisce sto signò Moretti a quello che je dico.
Che poi, come je lo dico quello che je devo di’, a questo, eh, Margò?
Margo spazientita – Por favor a Leo, smette de lamentarte. Troverà la manera correcta de ablargli, tu vedrà.
Leo per niente convinto – La maniera corretta… Er problema è sape’ quale sarebbe sta maniera corretta.
Si vede il padrone in lontananza che arriva in motorino.
Leo – Ecchilo, mannaggia.
Il padrone giunge davanti al negozio. E’ un uomo sulla cinquantina.
Saluta freddamente Margo con un cenno. Assicura il motorino a un palo con un catenaccio, poi apre la serranda del negozio.
Margo non accenna a muoversi.
Moretti rivolto a Margo – Beh, che fai lì impalata? Vai dentro intanto.
Margo, esitante, ubbidisce.
Poi subito rivolto a Leo – Mi spiace di avervi fatto aspettare, signore, ma io apro alle nove, vedete, c’è pure scritto. Comunque ora siamo pronti a servirvi, entriamo?
Leo assai titubante – E’ che, in realtà, servì, nu me servirebbe niente. Mica sarei un cliente, io.
Moretti un po’ sorpreso – Ah no? E che cosa sareste, allora?
Leo – So’ un parente de Margò.
Moretti – Un parente? E di che tipo, scusate. Suo nonno, immagino. – Rivolto a Margo, la quale, camminando lentamente, è tutt’ora poco all’interno del negozio. – Hai un nonno romano Margarita?
Leo – No, nu so’ su’ nonno.
Moretti – Suo zio.
Leo – Nimmeno.
Moretti spazientito– Ma, per favore, non giochiamo agli indovinelli. Cosa siete, insomma?
Leo – Sarei su cugino…
Moretti – Un cugino? Pensa un po’…
Comunque, nonno, zio o cugino, se non siete venuto a comprare niente, allora a cosa devo la vostra visita?
Leo parecchio in difficoltà – E’ che, come dì, c’avrei casomai da parlaje.
Moretti – Da parlare a me… Certo.
A questo punto immagino che siate qui per parlarmi di Margarita, che vi ci abbia fatto venire lei per convincermi a non licenziarla. Ma in tal caso avete fatto un viaggio a vuoto, mio caro signor cugino, perché è fatica sprecata.
Vi ha spiegato, almeno, la vostra cuginetta, le ragioni che mi spingono a interrompere il mio rapporto lavorativo con lei?
Leo ora un poco più sicuro di sé – Sì che m’ha spiegato ste ragioni: lei vorrebbe che Margò fosse nei suoi riguardi, come dì, ben disposta. C’accettasse d’esse oltre che na commassa quarcosa d’artro; pe’ falla breve.
Margò nu ce sta, allora lei nu la vuole più dentro er negozio.
Moretti indispettito – Cosa sono queste calunnie che vi state inventando? O meglio che si è inventata Margarita.
Ma entriamo comunque, che non sono discorsi da fare qui in strada. Forza.
I due entrano nel negozio.
Moretti – Intanto io sta roba del cugino, mica me la bevo. Gli unici cugini di cui si tiene conto, sono quelli che hanno più o meno la nostra età, diamine.
Quindi, non siete un nonno, non uno zio, senz’altro non un cugino; che altro, allora? Un’amante, per esempio? – In tono vilmente allusivo.
Leo che adesso è risoluto – C’ha ragione, signor Moretti nu so’ manco er cugino de Margò. No so’ su’ parente proprio. So’ solo n’amico, ecco tutto.
Ma siccome la ospito, se dico alla gente ch’è solo n’amica mia, quella me pare che se stranisca. Allora dico che so n’cugino e buonanotte. Nonno o zio no, perché nun’ho fiji ne fratelli. E oltretutto io co’ la Spagna nun c’entro mica gnente.
Ma lei nun sa quanto me piacerebbe d’esse davvero er nonno o lo zio de Margò.
Anzi, siccome mo’ è come si l’avessi adottata, la deve da considerà davvero mi nipote. Vabbè? Quindi nu faccia c’erti discorsi perché nu se ponno proprio fa’.
Lei poi, signor Moretti mio bello, che sur su conto Margo mica ha inventato niente. E qui lo sapemo tutti, io, Margò e lei pe’ primo.
Moretti molto rabbonito e quasi vergognoso – Sì, chiedo sinceramente scusa. Avete ragione. Era una insinuazione bieca, la mia.
E’ che quanto avete detto su di me… che avrei importunato Margarita…
Chissà, forse a lei sarà pure sembrato. Lo posso persino capire. Avrò forse esagerato un po’ qui e la, mostrandomi troppo disinvolto negli atteggiamenti che ho tenuto…
E’ chiaro che Moretti sta già cedendo. Che non riesce a sostenere la menzogna della propria innocenza.
[Il modo inverosimile in cui ciò accade è dovuto ovviamente ai “poteri” di Leo. Pure il fatto che non entri nessuno lungo l’intera discussione rimanda al carattere surreale della scena.]
Margo non si intromette ma ha una espressione assai rasserenata. Ha capito che la situazione sta andando per il verso giusto.
Leo – Cioè, Margo aveva ragione a capi’ quello che ha capito. Perché lei, signor Moretti, ha esagerato davero coll’effusioni.
Ma l’avrebbe fatto senza secondi fini dietro. Dico bene?
Moretti ormai del tutto “in balia” di Leo – Dite proprio bene. E’ successo esattamente così.
Leo – E noi, che nu c’aveva secondi fini, signor Moretti, potemo anche arriva’ forse a convincece.
Ma allora perché la vuole licenzià? Davero per quel discorso strano che parla male l’italiano?
Moretti – Beh non mi sembra poi un discorso così strano, comunque. Margarita, lo sai tu per prima che parli male italiano.
Margo – Pero vado mejiorando de dia en dia, me pare.
Moretti – Non molto in fretta, ammettilo.
Margo – Biene, portanto me esforzerà más por hablarlo lo mejor posible el prima posible. Esto no es un problema.
Moretti – Non so, comunque i clienti…
Leo – Me scusi, signor Moretti, ma a parte l’italiano, Margò è na brava commessa, c’ho ragione?
Moretti del tutto sulla difensiva – Ah sì, un’ottima commessa, persino. Ma il problema restano i clienti; capita che non capiscano cosa dice. Allora…
Margo – No es verdad señor Fausto. Sì, capita que me deve repeter, de le vulte, me a la fin lo cliente compriendono siempre.
Moretti – Va bene, te lo concedo, forse è davvero come dici.
Però… a certa gente… sapete com’è… non piace troppo vedere commesse straniere al posto delle italiane.
Leo – Ma, vojo capì, alla fine, lei ha perso davero de li clienti pe’ colpa de Margò, signor Moretti?
Perché lo sapemo come so’ i Romani: davanti a ‘n bel viso nu se gireno mica dall’altra parte.
Moretti ormai completamente rabbonito – Questo sì, almeno agli uomini non dispiace, è evidente, che Margarita sia una così bella ragazza.
Leo una volta tanto completamente sicuro di sé – Nun solo. Margò parla bene er francese e l’inglese, oltre che lo spagnolo ovviamente. Il su’ negozio è caratteristico, sarà pieno de stranieri. Sape’ tante lingue co’ quelli aiuta.
Moretti – Aiuta, concordo.
Leo – Signor Moretti caro, m’è appena venuta n’idea. Posso dijela?
Moretti – Ma certo, dica pure.
Leo – La paga de Margò nun’è sto granché, semo d’accordo?
Moretti – E’ pur sempre la paga di una commessa part time, per di più in prova…
Leo – Ma certo, e visto ch’appunto l’italiano lo parla comunque ancora male, pe’ la paga mò nu ce so’ problemi.
Allora potremmo fa’ così: Margò l’italiano se lo studia e cerca de migliorà prima che può. Quanno li clienti so’ soddisfatti de come parla, l’assume a tempo indeterminato e je dà pure un po’ d’aumento.
Sta porella ha dovuto de sopportà cose brutte che no je sto a spiegà. E’ venuta qui a Roma, sola, pe’ quello. E c’ha pure da finisse l’università.
Signor Moretti, lei me pare comunque na brava persona. Faccia come ho fatto io, la tratti come na fija.
Moretti ha “ceduto su tutti i fronti” – Sì, forse sì, mi pare che possiamo fare proprio così. Ma devi migliorare presto Margarita, promesso?
Margo, raggiante – Promesso.
{Scena finale}
Siamo sulla stessa strada del finale di Un Sacco Bello, dunque anche quella dove il padre di Ruggero, sfiorando Leo con la macchina nella curva, gli aveva fatto cadere l’olio per terra e dove Leo aveva incontrato Marisol.
Ora lui è insieme a Margo. Ognuno dei due trasporta una borsa della spesa, di quelle multiuso; Margo tenendola per le maniglie con il braccio a penzoloni, Leo abbracciando la borsa nella maniera in cui teneva il pacco di carta sempre nel film.
Giunti alla curva di cui sopra, Leo inciampa nella targhetta posta lì a terra proprio per commemorare la scena del film.
Gli cade la borsa per terra e ne fuoriesce in parte il contenuto, con la bottiglia dell’olio e una di salsa di pomodoro che si rompono.
Leo – Mannaggia! Guarda che macello! Mannaggia a sta targhetta! Che c’è scritto poi? E’ tutta impiastricciata de salsa e de olio. Tu ce leggi che c’è scritto su sta benedetta targhetta, Margò?
Margo, irritata – No. Como faccio?
Leo – Pensa te, che macello. Nu sai quante volte m’è già successo. – Si blocca guardando in alto. – Cioè, na vorta me succedeva. – Si riblocca. – Ma è da m’pezzo che nun me capitava più. E mo come famo a pulì?
Leo e Margo cominciano a rimettere nella borsa la spesa.
Da una finestra si è affacciata una signora il più somigliante possibile a Elena Fabrizi.
[L’ideale sarebbe di usare la stessa finestra dalla quale, in Un Sacco Bello, si affaccia l’uomo che nella prima scena critica Leo e nella seconda dice – Aoh, Embè?]
Signora – Ma fa attenzione Mimmè bello. Anvedi che pasticcio t’ha combinato, tutta la spesa in terra. – E ride – Scusame ma me pari un poco rincojonito. Per fortuna che c’hai sta tu nipote che t’aiuta.
Marisol, che intanto prova a tamponare l’olio e la salsa con dei fazzolettini di carta. – Io no soy la nipote, señora. – In tono neutro.
Signora – E nu sei manco de Roma, me pare.
Marisol – No, soy spagnola. – Sempre in tono asciutto, continuando a tamponare.
Signora, ora rivolta a Leo – Embè, Aoh, se nun’è tu nipote, vorrà dì che c’hai la badante straniera, Mimmè bello.
Leo – Ma che badante, signò! – Pure lui tenta ora di tamponare con dei fazzolettini il pastrocchio.
Signora – E’ tu fija?
Leo – No-ne. – Sempre più infastidito.
Signora – E che è allora, l’amante tua? – E ride.
Leo – A signò, ma che state a dì. L’amante… Mi nipote potrebbe esse.
Signora – Ma se hai detto mò che nun’è tu nipote.
Aoh. che sei per sta giovane allora, Mimmè.
Leo a Margo – Te prego, rispondeje tu quarcosa, si nò questa nu la smette più.
Margo, senza pensarci e raccogliendo i fazzoletti impiastricciati – Para mí, él es l’amigo que me permite de tenire ancora un poco de esperansa en la hente.
Leo, raggiante – Davero? Che belle parole Margò! Ma grazie.
Signora – C’hai detto? Parla più forte e spieghete mejio co’ sta lingua gne gne gne; nun te capisco.
Margo, a voce più sostenuta – Dicho che gracie a él, gracie a lui, capisce, ho ancora un poco de esperansa en… ne la hente.
Signora – Un poco de?
Leo, a voce molto alta. – De speranza! A signò, comprateve n’apparecchio pe’ l’orecchie!
Signora – De speranza… Boh, speramo che c’hai ragione fija bella.
Però, mo ve devo de salutà.
Ce vedemo, du gnoccoloni cari. – E va via dalla finestra.
Leo a Margo – La sai na cosa: sta vecchia; è uguale – si incupisce – a mi’ nonna Teresa! – Si blocca. E sbotta tornato allegro. – Ma uguale, uguale!
E nu solo, hai sentito, m’ha detto Mimmè. E indovina come me chiamava delle vorte mi nonna? Indovina.
Margo, accondiscendente – Te hiamava così.
Leo, sempre “su di giri”. – Esatto! – E si blocca ancora.
Poi, pensieroso. – L’olio versato n’artra vorta come allora, e nello stesso posto, sta signora uguale a mi’ nonna che in più me dice Mimmè come faceva lei, porella… E gnoccolone, pure!
Ste coincidenze nu finiscono mai. Ma che strano… – Si blocca nuovamente. Poi, sempre quasi sbottando. – Ma è vero che è proprio strano, Margò?
Margo ha messo insieme i fazzoletti impiastricciati d’olio e di salsa di pomodoro, li ha buttati in un cestino dell’immondizia lì accanto e si è lavata le mani a una fontanella adiacente al cestino [ragionevolmente non c’è nella realtà, dunque occorrerebbe metterne una posticcia].
Margo – Forse Leo, no so. Vamos a casa, dai.
Leo – Ma, senz’olio e senza salsa?
Lei tira su la sua borsa con la destra e con la sinistra prende le maniglie di destra di quella di Leo, che subito prende quelle di sinistra con la destra, in modo che questa borsa la portano insieme. Margo – L’ olio y la salsa li compramo de nuevo domani, está bien Leo?
Ahora sto troppo estanca. Le pratiche de la Università, il lavoro.
Leo, incamminandosi con lei – Mannaggia a sta sfortuna, mannaggia! Sì, ma allora mò senz’olio e senza salsa come famo?
Margo – Dai, vedrá que en qualche manera ci arregeremos.
E si incamminano lungo la strada con l’accompagnamento della musica di Morricone, esattamente come avviene con Leo da solo nel finale di Un Sacco Bello.